Pensiero libero e sparso, 25 novembre 2018,D. 

ieri a Firenze, al convegno organizzato da Liberarsi e da Giuliano Capecchi uno dei relatori ha ricordato la figura del p.m. Nicola Cipriani che nel (lontano?) 1972 sollevò la questione di legittimità costituzionale dell'ergastolo. Il suo pensiero (ed il nostro) era, più o meno, questo" Inutili le punizioni estreme, non prevengono i reati e non reinseriscono i detenuti". 

Nei tempi recenti si sente sempre più definire il diritto alla vita come assolutamente indisponibile: basti pensare ai casi mediatici di eutanasia e di accanimento terapeutico.
Se la vita è un diritto indisponibile, allora, come può una pena essere perpetua? Lo stato non sta, forse, disponendo di quelle vite?


NATO COLPEVOLE: IL NUOVO LIBRO DI CARMELO MUSUMECI

 In carcere con una condanna all’ergastolo, più che vivere, si tenta di sopravvivere. Sai che uscirai dalla cella solo quando sarai morto. Il tuo corpo lascerà il penitenziario da cadavere, si vive quindi di passato e di presente. Con l’incessante desiderio di suicidarsi. Di fatto viene impedito al detenuto di sognare, si sperare, di fare progetti, pensare al futuro perché la pena finirà nell’anno 9.999. Una volta nel certificato di detenzione scrivevano in rosso ‘fine pena mai’. Probabilmente si vergognavano di questa frase e hanno cambiato definizione, ma non la sostanza. Io sono l’eccezione che conferma la regola. Il mio ergastolo ostativo è stato trasformato in ergastolo ‘normale’ in cui si può usufruire di permessi premio, semilibertà o libertà condizionale a cui oggi sono sottoposto ristretto in una comunità per disabili. Per la famiglia l’ergastolo è una tragedia. I figli diventano orfani di genitori vivi e le compagne vedove di mariti in vita. Non hanno alcuna speranza. Neanche io, che ho studiato con passione il diritto laureandomi in Giurisprudenza durante la detenzione, ho mai creduto fosse possibile tornare a vivere fuori da una cella. 

 Per 25 anni non ho potuto dare un bacio a mia moglie, essere presente nei giorni più importanti della vita dei miei figli, vederli crescere. I colloqui sono qualcosa di terribile: alla gioia di incontrarli segue l’enorme amarezza di vederli andare via. Se il carcere ti fa venir fuori il senso di colpa determinati reati non finirai mai di scontarli. Nel mio ultimo libro ‘Nato Colpevole’ descrivo la mia vita. Racconto dell’ambiente sociale in cui sono cresciuto. Una famiglia siciliana molto povera in cui l’illegalità era ‘legale’. Ciò mi ha condizionato perché quando cresci nel male e conosci solo quello è difficile non cadere nei tentacoli del crimine. Sono entrato la prima volta nel carcere minorile all’età di 15 anni. Un’esperienza terribile dove ho conosciuto il letto di contenzione a cui sono stato legato per una settimana.

un po' di musica per liberare la mente...ed i pensieri