-P. De Feo-

Bui colori 

Soffre l’animo

di chi non spera più.

Buio è il

cammino.

I colori della vita

solo nella memoria vivono

Nella dura esistenza

su questa terra.

Dove il destino

chiude il cerchio.


-P. De Feo-

A mia madre 

La vedo affaccendata in cucina mentre prepara la pasta al forno, secondo un rituale della cucina cilentana, noi tutti intorno a guardare, pronti per rubare le polpettine fritte, ma lei accortasi del furto fa scendere velocemente il cucchiaio di legno, scappiamo con le polpettine e il dolore alle dita.

D’altronde anche se le davamo fastidio come fossimo delle zanzare, lei era felice di tenerci sott’occhio, ci amava così tanto che si è donata con spirito di sacrificio per noi figli; come fanno i religiosi con la loro fede, sovente l’ho paragonata a quelle suore di clausura che dedicano la loro vita alla fede.

In tutta la mia vita non ho mai conosciuto un essere umano più buono e pieno di luce di lei, con la sua bontà creava un cerchio di serenità intorno a sé.

La sua perdita è stato un momento tremendo, un vuoto si aprì nel mio animo, la disperazione prese il sopravvento, ma quando l’anima si è lacerata, nessuno può aiutarti e né capirti.

Era partita per il cielo colei che ci aveva amato senza riserve.

Al suo funerale c’era tantissima gente, suscitando la meraviglia dei parenti perché pur facendo una vita appartata e discreta era conosciuta ed apprezzata da tante persone.

Dove abito è un complesso di sei palazzine di tre piani in tutto sono 36 appartamenti, ognuno ha un piccolo orto, nella ripartizione era rimasto un pezzo di terreno di una ventina di metri per una decina, lo coltivò lei e tutta la verdura, ortaggi e legumi, li divideva con tutte le altre trentacinque famiglie.

Credo che condividesse il piacere di fare del bene agli altri e ciò le allargava la dimensione del cuore con l’amore per il prossimo.

Con le sue emozioni costruiva il mondo come desiderava che fosse e coltivava nel suo cuore, per questo motivo il suo sguardo era sempre sereno e libero da ogni nube che annunciava la pioggia.

La sua bontà riscaldava come il camino acceso durante il freddo dell’inverno.

Ancora oggi a distanza di 12 anni dalla sua morte non riesco a guardare una sua foto, perché vederla è per me motivo di profonda sofferenza.

Ci sono persone che quando abbandonano la nostra esistenza lasciano un vuoto eterno e una piaga sempre sanguinosa.

Ricordo ancora l’ultima volta che l’ho vista, alcuni mesi prima della sua scomparsa, il suo sorriso e il suo dolce sguardo mi spalancava l’anima, con pochi gesti trasmetteva profondo affetto e dolcezza, quella dolcezza della sua voce che aveva solo per noi.

I suoi modi e il suo linguaggio provenivano sempre dal cuore; se avessi imparato da lei a guardare il mondo con i suoi occhi; la sua naturalezza nel vivere la quotidianità con serenità, stare bene con il lavoro e avere una famiglia, il poco che rende ricchi, di amore, pace e l’affetto del prossimo vicino.

Oggi sarei tutto diverso; non avrei passato quasi 40 anni in carcere, mi sarei laureato, sposato e avrei una famiglia.

Purtroppo l’onnipotenza della gioventù non ha la luce giusta per vedere come realmente sono le cose.

Le cose si vedono meglio con il passare degli anni, anche se i rimpianti ti strizzano il cuore.

Grazie al suo ricordo ho fatto pace con il mondo e ad oggi, all’età di cinquant’anni comprendo di più la vita ed ho la consapevolezza di tutto quello che ho perduto in tanti anni di cattività.

Il mio rammarico è di non aver conservato le sue lettere, anche se scolastiche, scrittura grande come i bambini alle elementari e distorta come se non riuscisse a mantenere diritto il rigo; era difficile da leggere perché sembravano geroglifici, non aveva frequentato oltre la terza elementare, ma erano piene di amore e di spiritualità.

Ricordo che in una di queste mi aveva scritto che andava tutti i giorni a messa, e si sentiva felice e appagata, perché quando era in chiesa si sentiva bene ed in pace.

Era molto religiosa.

Infatti, alla notizia del desiderio di mia sorella di farsi suora mostrò tanta felicità, fui l’unico a dissuaderla, nel tempo mia sorella cambiò idea, ma sono certo che se fosse successo l’avrebbe ritenuto il coronamento della sua profonda fede.

Un fervore frutto dell’amore per i suoi cari e per la sua fede l’ha sempre spinta ad avere comportamenti esemplari così da indicare nei nostri cuori l’esempio da seguire, la retta via.

Così trascorreva serate ad arrostirci castagne o pannocchie ed infaticabile la mattina seguente ci serviva la colazione prima dell’inizio della scuola.

Non vedeva il male in nessuno, perché chi è puro nell’animo il buono che è nel prossimo, ignorando l’odio, non riusciva a provarlo per nessuno.

Ormai si erano concatenati eventi che rendevano a me e mio fratello colpevoli di qualunque cosa succedesse, tutto ciò si era riversato anche su tutta la famiglia.

I miei genitori ne soffrirono molto.

La sua generosità per il prossimo l’applicava seguendo una vera filosofia di vita, e perdonava sempre come se seguisse un dogma di fede, ricordandosi che Gesù disse a Pietro: “Perdonate settanta volte sette”.

Era convinta che l’odio inquinasse le menti e coltivasse tutti i cattivi sentimenti, lei ne era immune per questo aveva sempre il cuore pieno di gioia e sorrisi.

Eppure (tanta rabbia ho provato) tanto ne ho provato quando quell’infausto giorno il 17 maggio 2001, appresi bruscamente al telefono che lei era in coma per un ictus improvviso.

Ottenni di vederla in ospedale, ed in quella occasione parlai con il primario del reparto, a cui chiesi la verità, cruda e senza giri di parole; ogni attività celebrale era terminata.

Avevo due ore di permesso, ma dopo dieci minuti chiesi di ritornare in carcere, troppo forte era il dolore.

Quando il 27 maggio mi venne dato il triste annuncio, ebbi l’impressione che il cuore mi venisse strappato, un tumulto di sofferenza difficile da sopportare.

Non riuscivo a piangere, forse era dovuto al fatto che quando la vita fa scempio di te, ti pietrifica le lacrime e l’anima.

Dove era finito quel Dio che lei tanto amava?

Non riuscivo ad accettare che avesse permesso la morte di un essere umano così buono, alla sola età di 59 anni.

Furono quelli giorni terribili, privato di una parte di me, soffrivo e mi accorgevo di diventare più sensibile verso gli eventi, la sofferenza ti insegna anche questo ed è purtroppo una fonte che non si prosciuga mai, rendendomi coraggioso anche di fronte al pensiero della morte.

Ciò che mi consola nel quotidiano sono i ricordi della vita trascorsi insieme, essi rappresentano il tesoro più prezioso che ho, il luogo in cui mi rifugio per sfuggire ai tumulti dell’anima, lì, in quei pensieri il suo volto è sempre presente.

Ricordo una Pasquetta di circa quarant’anni fa, andammo nella pineta vicino al mare, a pochi chilometri dalla nostra casa, facemmo le foto, ne ricordo una in particolare, insieme ad i miei fratelli ci eravamo arrampicati su di un ramo, e Lei ci guardava severa, temeva ci facessimo male.

Erano giorni felici, pieni di spensieratezza, la vita aveva un altro significato, eravamo ragazzini e tutto ci sembrava bello, non pensavamo al domani ma al momento presente, ancora non conoscevamo il male né ci aveva ancora toccato, e neanche immaginavamo quanto fosse feroce la giungla dell’esistenza, che ci avrebbe risucchiato nel suo vortice più nero, stritolandoci.

Mi fa ancora sorridere e quasi mi pare di sentire la sua voce mentre racconta a noi, suoi figli, “li cunti”.

Li aveva ascoltati da bambina dai genitori, nonni e zii, davanti al camino la sera, ed essi erano l’unico modo per trasmettere il sapere, i riti e le tradizioni familiari.

“Li cunti”erano il nostro passatempo serale preferito, dove lei ci raccontava in forme di storielle ogni cosa.

Lo sapeva fare così bene da calamitare la nostra attenzione, brava a esaltare sempre il lato comico, le nostre erano risate senza tempo, nascevano dal cuore e ci facevano respirare a pieni polmoni.

Oggi ho ricordo di parenti che non ho mai conosciuto grazie ai suoi racconti.

Ad uno di quei “cunti” dallo svolgimento complesso e complesso posso paragonare il mio destino, un destino a cui molto spesso temo di aver spezzato le ali.

Oggi osservo il mio Io dividersi in mondi diversi, quello dei sogni, quello dell’esperienza quotidiana del carcere e quello dei ricordi, il mio porto sicuro.

Ed è lì che all’età di cinquant’anni, età della consapevolezza e della bellezza interiore, mi rifugio, consapevole di aver avuto grazie a mia madre un assaggio di quell’eternità di cui tanto hanno scritto i poeti, perché è così le madri reggono l’eternità.

Un angelo si riconosce solo quando è passato.

-P. De Feo-
Anche in inverno c’è primavera, 20 maggio 2018
Ci sono persone che nel silenzio sociale contribuiscono con i loro semi alla rinascita del mondo, sono eroi del nostro tempo, ma i media non gli danno risalto.
Nella vita ci sono eventi così catastrofici che possono travolgere per sempre oppure creare le fondamenta per rinascere a nuova esistenza.
Circa trent’anni fa due genitori persero la loro unica figlia di 17 anni, per onorare la memoria crearono il “fondo Simona”, che oggi dopo tanti anni ha creato centinaia di studenti in ricordo di Simona.
In Tanzania nella città di Dodoma le suore della Misericordia nel lontano 1933 approdarono in sei e fondarono una missione, oggi quella struttura sforna tanti diplomi, principalmente di ragazze che potranno accedere all’Università di Dodoma, in modo che potranno raggiungere un’autonomia e un’autosufficienza, che in passato era impensabile per loro.
Uno dei primi a trarne beneficio dal “Fondo Simona” fu l’orfano Benedictus, giunto alla laurea di medicina, oggi lavora nell’ospedale locale, ringrazia con le parole: “avete fatto la mia storia”.
La struttura è cresciuta negli anni diventando la prima scuola della regione “Hurama Secondary School”, le ragazze dalle ore 7.40 alle 14.30 sono a scuola, condividono un po’ di tutto, lavori, pulizia degli spazi comuni, coltivazione della terra, aiuto a chi fatica negli studi, aiuto ai bambini poverissimi, imparano non solo la teoria ma anche la vita quotidiana.
Hanno girato un documentario “Il lungo sentiero di terra rossa”, mostra tutto quello che fanno le suore, le studentesse e i bambini, tutti insieme ad abbellire tutta la struttura con la vegetazione africana.
Questi semi dimostrano come il dolore può diventare amore, e solo l’amore può cambiare il mondo.

-P. De Feo-

Il destino, 6 settembre 2018

Con gli anni ci si sofferma di più sulla propria vita passata, riflettendo su ciò che è stato e poteva essere, sono arrivato alla conclusione che mai una volta il destino abbia fatto il tifo per me, non credo che si tratti di sfortuna, la superstizione è per gli sciocchi, forse è stato il trovarsi in posti e in momenti sbagliati.

La vita e come un muro, tolto un mattone, la fragilità del muro può compromettere il futuro, credo che questo mi sia successo.

Nel tempo ho compreso che l’ignoranza (culturale e analfabeta) ti rende felice, perché non ti fa riflettere e né comprendere, si vive beati sguazzando nella propria ignoranza.

Viceversa capire e avere consapevolezza della propria vita, si soffre perché si ha la contentezza degli errori passati e dell’esistenza buttata via, essendo che oltre trent’anni di cattività, non è vita, ma è una non vita.

Mi auguro che almeno la vecchiaia, il destino avrà un occhio di riguardo, e me la farà vivere da uomo libero.


-P. De Feo-

Il mare…dell’ergastolano, 23 settembre 2018

Mentre vedevo il Tg di canale 5 della sera, ha dato una notizia sentimentale di umanità.

Un uomo di Ottantotto anni di Massa, lo stavano portando a Ivrea con l’ambulanza, ha chiesto di fargli vedere per l’ultima volta il mare, dove è nato e vissuto per tutta la vita.

Il Tg ha iniziato il servizio facendo vedere il carcere e la voce fuori campo che raccontava che a un ergastolano avevano chiesto cosa gli mancava di più, la risposta è stata: “il mare”, non la famiglia, la libertà o la donna, ma il suo mare.

Hanno continuato con la storia dell’anziano che voleva vedere il suo mare per l’ultima volta.

Facilmente questo ergastolano era nato e vissuto in un paese sul mare, ed è quello che gli mancava di più, ma credo che a noi manca tutto, in primis la libertà, la famiglia, le donne e una vita normale.

Gli infermieri dell’ambulanza hanno fatto una bellissima azione; come esaudire l’ultimo desiderio di un condannato a morte.